|
Nel 1987 nasce a Sandrigo
(Vicenza) la “Venerabile Confraternita del baccalà
alla vicentina” su iniziativa dell’avvocato Michele Benetazzo
che, in un momento di recessione della secolare tradizione del
celebre piatto vicentino, ha l’idea di costituire un
qualificato cenacolo di personaggi vicentini e non. Un
sodalizio che “non sia soltanto dedito a riunioni mangerecce,
ma a conservare e difendere la buona cucina locale”. Vengono
indicati anche alcuni obiettivi primari da raggiungere, come
la stesura della ricetta doc per la preparazione del baccalà
alla vicentina; dare attestati ai ristoratori che si impegnino
a servire con continuità il tipico piatto locale; allacciare
rapporti con altre regioni italiane che hanno tradizioni
culinarie legate allo stoccafisso; invitare esperti del
settore nutrizionale per approfondire ricerche sulle antiche
ricette dal baccalà, oltre che sulle origini della pesca e del
commercio del merluzzo nei secoli. In questi anni la
Confraternita si è mossa secondo queste direttive,
sollecitando Enti e privati alla promozione, allo studio e
all’indagine, stabilendo la ricetta doc, invitando
enogastronomi a suggerire gli opportuni abbinamenti circa il
vino o il dolce più idonei ad accompagnare il piatto. Ha,
altresì, instaurato rapporti con altre Confraternite italiane
e promosso ogni anno le “giornate italo-norvegesi” a Sandrigo,
nel corso delle quali sono stati “investiti” nuovi
confratelli, alcuni di grande notorietà nel campo delle arti,
della cultura, della gastronomia, del giornalismo e della
diplomazia; ha organizzato due viaggi di istruzioni alle isole
Lofoten nella Norvegia del Nord per la visita dei luoghi dove,
da secoli, viene pescato, lavorato e commercializzato il
merluzzo. Ha fatto anche da volano, sollecitando i ristoratori
alla migliore preparazione della tipica pietanza vicentina,
conferendo targhe di benemerenza, offrendo consigli e
suggerimenti, stampando opuscoli illustrativi e cartine
topografiche promozionali con l’indicazione della “Strada del
Baccalà”. Tutto questo fervore di iniziative ha trovato felice
riscontro nei risultati raggiunti: il consumo e la vendita
dello stoccafisso sono triplicati nel vicentino; è stata
costituita una rete di locali dove il piatto è normalmente
inserito nei rispettivi menu, promosso verso la provincia un
flusso turistico di rimarchevole portata.
Ma da quando è invalso l’uso di
cucinare il baccalà alla maniera a noi più nota e conosciuta
in tutto il mondo? Si racconta che, nel 1269, i
vicentini che tentavano l’assalto al Castello di Montebello,
difeso dai veronesi, alle guardie che gridavano “Altolà”
rispondessero: “Oh, che bello, noi portiamo polenta e
baccalà”. E subito i veronesi, golosi, spalancarono il
portone. Come si vede, forse, ben prima che il nobile
veneziano Pietro Guarini, capitano della Repubblica di
Venezia, nel 1432 andasse a fracassare la sua imbarcazione
nelle isole Lofoten, il baccalà era già noto nel vicentino,
almeno nella leggenda. Di certo il nobile Guerini, una volta
ritornato a Venezia per via terra, portò con sé alcuni
merluzzi essiccati (stoccafissi) della qualità più pregiata
nell’intento di instaurare un rapporto commerciale con la
Norvegia. L’iniziative non ebbe successo a Venezia, ma di quel
pregiato pesce secco “si impossessarono” i vicentini, ricchi
di carne di cavallo, di bue, di maiale, agnello e capretto, ma
poveri di pesce. Essi videro nello stoccafisso un’alternativa
al costoso pesce fresco, oltretutto facilmente
deperibile. C’è poi un’altra voce popolare che narra
l’incontro di un biondo vichingo sbarcato da un barcone in
prossimità della piazza dell’isola a Vicenza dove, via fiume,
arrivavano i “burci” di Venezia. Il bellissimo e aitante
giovane fece scoccare il fatale “colpo di fulmine” che stregò
una fanciulla vicentina. Quale primo pegno d’amore lo
straniero le offrì il suo pregiato stoccafisso perché,
ammorbidendolo con pazienza, potesse ricavarne un prezioso
manicaretto da gustare. Tale fu l’effetto sortito - grazie
all’olio, al latte vaccino e alla lentissima cottura (farlo
pipare) - che in breve tempo la ricetta contagiò l’intera
città berica. L’avvenire del baccalà alla vicentina era
iniziato. Nell’ottobre del 1590, all’aprirsi dell’era
palladiana, arriva a Vicenza Michel Eyquem de Montaigne.
Vicenza gli appare come “una grande città piena di palazzi
gentilizi”, ma niente di più. Nel suo celebre “Journal de
Voyage en Italie” lascia un mediocre appunto su Vicenza, ma il
suo entusiasmo letterario riprende fuoco solo per un pranzo in
cui era incluso il famoso piatto nazionale dei vicentini: il
baccalà. Sembra che da quella cena, consumata a lume di
candela, sia uscito il vecchio proverbio: “Bacalà a la
vicentina, ben de sera e de matina”. |